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martedì 1 marzo 2011

Capitolo 1

Mi precipito verso l’ascensore lanciando un rapido saluto all’usciere: sono di nuovo in ritardo.
Penso di essere l’unica persona in tutta la Global a dover entrare così presto, la mattina; fuori fa freddo e la luce è ancora opaca, sui campi intorno al palazzo ristagna una nebbia bassa da campagna del Kent che, se non andassi sempre così di corsa, avrebbe un che di desolatamente romantico.
Io però sono sempre di corsa, forse perché lavoro per una delle persone con meno senso dell’umorismo dell’azienda, l’unica persona (esclusi gli uscieri e i giardinieri) che si presenta in ufficio alle 7.30. Anche gli impiegati della mensa arrivano più tardi e le donne delle pulizie vengono alle 19, la sera.
Lui non arriva così presto, poi, per sbrigare chissà quali faccende inderogabili, arriva all’alba perché, in questo modo, sostiene di non trovare traffico (e anche perché, così, alle 17 può raccattare le sue cose e togliere le tende, ma questa è un’interpretazione assolutamente personale).
Io sono, disgraziatamente, la sua assistente e, come se non bastasse, sono anche una stagista, motivo per cui devo adattarmi agli orari dell’azienda oltre che a quelli del mio capo, con il risultato che, come lui, arrivo alle 7.30 (più o meno…) e, come gli altri, vado via alle 18.30.
Mentre le porte dell’ascensore si chiudono colgo uno sbadiglio dell’usciere, quanto lo capisco: da quando lavoro qui, praticamente ho sempre sonno.
In ascensore cerco di darmi una sistemata: lisciarmi un po’ i capelli, riemergere dal doppio giro di sciarpa che mi copre fino agli occhi, mi schiarisco un po’ la voce (da quando ho messo giù i piedi dal letto, non sono riuscita a scambiare una parola con nessuno). Quando le porte si aprono esco con l’aria di un maratoneta a pochi metri dal traguardo e per poco non travolgo il capo area. Va bene, stamattina non sono proprio le 7.30, forse sono leggermente in ritardo.
“Oh, buongiorno Jack. Scusa…” Faccio per aggirarlo e proseguo verso il corridoio.
“Ehi, tranquilla, che foga!” Anche Jack è piuttosto mattiniero e devo riconoscere che la sera, quando io me ne vado, sta ancora chiuso nel suo ufficio; però è diverso, lui è il capo. Inoltre, nonostante abbia solo trentatre anni, non credo che la sua vita fuori di qui lo interessi molto.
Il problema è che a me non interessa molto la vita qui dentro, per questo sono ancora così sconvolta dai miei orari.
“Scusa, sono un po’ in ritardo” biascico rapidamente.
“Mah, non mi sembra” Guarda l’orologio “Non sono neanche le otto”
Appunto.
“Sì, beh…immagino che Robert sia già arrivato.” E, mentre le porte dell’ascensore si richiudono con lui dietro, mi dileguo.
Entro nel mio open space e Robert è alla scrivania: sta giocando a qualche stupido videogame di strategia militare, che sfigato. Tiene lo schermo del computer rivolto verso la finestra ma so benissimo che ci gioca, questo è un altro dei motivi per i quali la mattina arriva così presto; un vero furbastro: viene, si fa la sua partitina e il pomeriggio esce prima perché, tanto, è arrivato all’alba.
(Grazie, arriva qui che non c’è nessuno e si mette a giocare!) Ecco un uomo che disprezzo veramente.
Vado verso il mio tavolo e saluto l’altra persona che, con me, condivide questa piaga di lavoro.
“Ciao Max” Sussurro. Max mi sorride, sta controllando la sua posta: è questa la cosa che ci fa più imbestialire, la mattina qui non c’è niente da fare, siamo costretti a guidare col buio solo perché questo pazzoide deve giocare al videogames! Quanto lo odio.
Mentre appendo il cappotto lui, che nel frattempo non si è nemmeno degnato di salutarmi, guarda con aria distaccata l’orologio e mi rivolge le prime parole della giornata: “E’ successo qualcosa?”.
In questi mesi ho sviluppato una sorprendente creatività nell’inventare giustificazioni per i miei ritardi: “Scusami Robert, c’era un traffico clamoroso. Si è aperta una specie di voragine in Brisbane Lane, sai, con tutta la pioggia che è venuta giù…stanno già transennando, ma si è creata una tale fila…”.
Lui rotea gli occhi platealmente. “Beh, mezz’ora…”.
Ho già detto che odio quest’uomo?
“Mezz’ora? Oddio, io faccio le 7.45, vado male? Max, non sono le 7.45?”
Max si nasconde ancora di più dietro lo schermo, vigliaccamente.
Torno avvilita alla mia scrivania e accendo il computer, è solo l’inizio della giornata.
Anzi, non è nemmeno l’inizio, è l’alba! La gente normale a quest’ora praticamente sta ancora a letto.
Almeno, dopo pochi minuti Robert esce e Max ed io rimaniamo soli. Mi stiracchio sulla sedia e allungo le braccia dietro lo schienale.
“Dio quanto sono stufa…”
Mi sorride con aria partecipe, in fondo lui sta anche peggio di me: abita fuori città e per venire prende un treno, alle 6.30 è già per strada e la sera deve riprendere il treno per tornare. E’ qui solo da un paio di mesi ma io non credo che ce l’avrei mai fatta con i suoi ritmi. Anzi, so per certo che con i suoi ritmi non ce l’avrei fatta.
Torno a concentrarmi sulle email cercando di recuperare un po’ di ottimismo: non è bello avere a che fare che una persona lagnosa e io negli ultimi tempi lo sono stata fin troppo.
La mattinata prosegue come al solito, verso le 10 un paio di occhialetti tondi fanno capolino alla porta. Sorrido e mi alzo per andare a fare colazione (finalmente) insieme ad una delle poche persone con cui sia riuscita a stringere un rapporto un po’ più profondo, nell’azienda.
Barbara, fino a qualche tempo fa, lavorava con Robert, nei mesi subito dopo il mio arrivo eravamo nello stesso open space ed ogni tanto mi capitava di assistere a qualche suo battibecco col Viscido. Lei possiede un’abilità superiore per farlo infuriare. Non credo nemmeno che lo faccia consapevolmente, è solo una ragazza un po’ testarda e Robert è…beh, è Robert. Le loro scenette, che sulle prime mi lasciavano perplessa, col passare del tempo sono diventate tra gli eventi più spassosi della settimana: lei rimaneva cocciutamente sulle sue posizioni, lui si imbufaliva fino quasi a stare male e io me la godevo di sottecchi dalla mia postazione. In quel periodo io e Barbara ci salutavamo a mala pena: le solite storie per cui due che non si sono mai parlate hanno, chissà perché, la certezza di starsi reciprocamente antipatiche.
Fatto sta che Barbara è giovane e Robert no, che lei è precaria e lui è stabilissimo, così, dopo qualche mese, lei è stata trasferita in un altro reparto, nel Marketing Services, dove è eroicamente riuscita a farsi detestare in capo a poche settimane. A quel punto, la situazione era davvero troppo spassosa perché non diventassimo amiche.
Lei ha 32 anni ma ne dimostra 15, bassina, capelli corti e neri, completamente prova di seno. Ha un’aria ostile e impunita che mi fa morire dal ridere ed è una delle persone più curiose e buffe che abbia mai conosciuto.
Esco dall’ufficio chiedendo a Max se vuole qualcosa dal bar: un’altra delle inquietanti regole di Robert prevede che io e Max non ci allontaniamo mai insieme dalla postazione (nemmeno lavorassimo nella torre di controllo di Heathrow), il che comporta che ci dividiamo la pausa pranzo e che non possiamo mai prendere un caffè insieme.
Scendiamo al bar e io ordino il solito cappuccino schiumoso: la colazione al bar della Global è uno dei momenti più gustosi della giornata, il cappuccino è superiore e la brioche alle mele, quando me la concedo, è davvero eccellente.
“Quella stronza di Sarah mi ha di nuovo frugato nel cassetto.”
Barbara ha questa fissazione sinistra per cui i suoi compagni di stanza la spiano: cercare di dirle qualcosa per telefono è praticamente impossibile perché si corre il rischio di sentirsi attaccare in faccia a metà di una frase. Esclama semplicemente “Oddio, stanno tornando!”, con un’aria da film sugli invasori alieni, e butta giù.
“Non credi di esagerare? Passami una bustina di zucchero di canna, per favore.”
“No che non esagero, lo so! L’ho praticamente vista.”
“Davvero? Tieni…” Le passo lo zucchero avanzato dalla mia bustina e lei lo svuota nel suo caffellatte.
“Sì, l’ho vista che si allontanava con aria furtiva dalla mia scrivania, stamattina e ho trovato il cassetto tutto incasinato. Ma stavolta non gliela faccio passare liscia: ho convocato una riunione straordinaria per dopo pranzo e…”
“Cosa hai fatto?!” Il cucchiaino con la panna rimane a mezz’aria. Barbara è pazza.
“Ho convocato una riunione e ho intenzione di affrontare il problema anche con Sylvia: in quell’ufficio ce l’hanno con me e mi sabotano. Io non ci riesco a lavorare in queste condizioni! Paul è convinto che io sia la sua segretaria, stamattina mi ha mollato una pila di fax da inviare, cose da non credere! Se li mandasse da solo i fax, quello stronzo…” Un gruppetto di impiegati dell’amministrazione entrano nel bar.
“Barbara, calmati e abbassa la voce” Mi guardo intorno a disagio. “Questa storia della riunione non mi sembra un’idea troppo brillante, li hai già avvertiti?”
“Certo!” Merda. “Ho mandato un’email di convocazione prima di venire a chiamarti e ho messo Sylvia in copia.” Raccoglie con il cucchiaino lo zucchero rimasto sul fondo della sua tazza.
Paghiamo e ci avviamo verso le scale: io e Barbara saliamo sempre le scale a piedi, per fare un po’ di ginnastica…il problema è che le scale sono anche il posto dove tutti vanno a fumare, per cui noi arriviamo al “Marketing” che puzziamo come due spazzacamini, dopo aver inalato cinque piani di fumo passivo.
“Ascolta, Barbara, questa storia della riunione mi sembra una vera scemenza; non potresti provare ad affrontare le situazioni in maniera un po’ meno soap-operistica, ogni tanto? Non è che perché hai questa convinzione che l’universo ti trami alle spalle devi per forza tentare di risolverla affrontando tutti nell’arena…e quella di mettere il capo-area in copia conoscenza non la definirei una mossa particolarmente diplomatica.”
Barbara mi guarda perplessa, come se iniziasse a capire solo ora la situazione.
“Dici che ho fatto una cavolata?”
Non la voglio mettere in agitazione, ma secondo me sì. D’accordo, forse quei tre con cui divide la stanza non sono proprio il massimo della cordialità ma nemmeno lei è quello che si definisce una simpaticona e non credo che prenderanno molto bene una convocazione ufficiale sul tipo “gruppo d’ascolto per tossici” in cui ci si abbraccia commossi dopo aver riconosciuto le proprie colpe tra i singhiozzi.
“Diciamo che, per come la vedo io, dovresti un po’ smussare i toni. In fondo, tu lì ci devi lavorare, non so quanto ti convenga metterti in urto con loro così apertamente.”
“Sì, magari hai ragione ma ormai la riunione l’ho convocata. Ti tengo aggiornata!”
Sono davanti alla porta della mia stanza e la saluto: questa pausa è durata anche troppo. Manco a dirlo, appena rientro Robert mi lancia un’occhiataccia e borbotta qualcosa.
“Al diavolo!” Penso fra me e mi rimetto a scaricare dati di vendita dal mio pc.
Che lavoro noioso.
Nel primo pomeriggio, Jack emerge dal suo ufficio per convocare il suo team. Quell’uomo sembra afflitto da una forma grave di appetito schizoide: gironzola tra le scrivanie appropriandosi di tutto quello che trova di commestibile. Visto che io, in quanto stagista, non godo del privilegio di una cassettiera, il mio tavolo, su cui tutto è bene in vista, rappresenta una delle sue mete preferite. Gomme da masticare, crackers, biscotti, arance che rubo a mensa, una vera cuccagna per lui: mi fa un sorriso, non chiede nemmeno, e prende quello che trova. Veramente un bel tipo, considerato che il bar chiude alle 16 e che siamo praticamente in aperta campagna: se, dopo le sue sortite viene fame a me, non posso fare altro che tenermela.
Jack non è molto amichevole, nonostante sia così giovane. Forse perché è il capo del capo e io sono solo una stagista, forse perché è timido, forse perché io a volte tendo ad essere un pochino troppo disinvolta, però non direi che tra noi ci sia un vero rapporto mentore-discepolo. Nonostante io e Max siamo gli unici due stagisti del suo staff, la sensazione è che non abbia la minima idea di cosa ci stiamo a fare. In effetti, distratto com’è, probabilmente non si rende nemmeno conto di come ci tratta Robert: forse è convinto che arriviamo alle 7.30 perché siamo troppo entusiasti di lavorare alla Global.
Chiedere aiuto a lui per sfuggire alle grinfie di Robert non è una politica efficace, tutt’altro. Innanzi tutto perché Jack è arrivato nel reparto solo una settimana dopo che arrivassi io (quindi, circa sei mesi fa) e poi perché Robert, oltre ad essere più anziano di lui, è, incredibilmente, il miglior elemento del non brillantissimo team che Jack ha ereditato dal vecchio capo area. Insomma, non credo voglia metterselo contro e, in fondo un po’ lo capisco.
Qualche mese fa ho commesso l’errore di scavalcare Robert e chiedere dei giorni di ferie direttamente a Jack, creando un piccolo caso. Sulle prime Jack ha acconsentito, poi, quando ha saputo che Robert me li aveva rifiutati, ha ritrattato. Alla fine, dopo un interminabile tira e molla, si sono inventati una storia assurda per cui non potevano concedermi i giorni che avevo chiesto e io, oltre a non essere più partita, c’ho guadagnato una rinnovata ostilità da parte del mio diretto superiore.
No, Jack non è esattamente un capo premuroso.
E nemmeno molto di polso.
Le sei e mezza arrivano e spengo il computer. Infilo di nuovo la pesante giacca a vento e, con Max, ci incamminiamo verso l’uscita. Lo accompagno alla fermata della Metro e mi tuffo nel traffico di Brisbane Lane che, nonostante in realtà non abbia nessuna voragine aperta, è completamente paralizzata.
Sono in fila e fuori è già buio, viene giù una pioggerellina che non si è mai fermata da quando sono uscita di casa. Non mi sento affatto tagliata per questo tipo di vita: uscire prestissimo e tornare la sera che è già buio per passare tutta la giornata a fare un lavoro noioso che non mi interessa nemmeno un po’. Perfino la città comincia a non piacermi più: ogni tanto penso a quanto sarebbe magnifico trovare un lavoro che mi permetta di trasferirmi in un posto più ameno, in campagna o su un’isola. D’altra parte, non sono il tipo di persona che ha bisogno di tutti i passatempi che offre la città: non mi piace fare tardi andando in giro per locali, odio il traffico, muovermi con l’auto mi stressa ma a prendere i mezzi pubblici non ci penso proprio. Ho deciso: alla prima occasione scappo e mi creo un personalissimo universo perfetto a 60 minuti dal centro.
Mentre sto fantasticando, ipnotizzata dai fanalini di coda della Renault che ho davanti, il mio cellulare prende a squillare. E’ Jarrod, il mio dirimpettaio, nonché mio vecchio compagno di università.
“Trish, dove sei?”
“Jarrod! Sono in spiaggia ad aspettare che sia pronta la brace: stasera gamberoni e verdure grigliate. L’aria è calda e si sente il rumore delle onde, io ho passato tutto il giorno al sole e sono super abbronzata e, ah, grazie…mi hanno appena versato un cocktail di frutta ghiacciato. Tu che combini?”
“Mah, le solite cose, sono in un ristorantino delizioso proprio al limitare del parco. Ci saranno dieci tavoli; oggi sono stato in bici tutto il giorno e sono abbastanza sfinito ma ho una fame…non vedo l’ora di divorare lo spezzatino di cinghiale con i funghi, pare che qui sia fantastico. Sto prendendo un aperitivo…”
“Grande!”
“Già…”
“Jar, cos’hai? Mi sembri depresso.”
“Sì, beh, in effetti sono un po’ stanco: oggi è stata una giornata veramente pesante.”
“Bici a parte…”
“Sì” Lo sento sorridere “Bici a parte. Ceni qui?”
“Certo! Ma sono ancora incolonnata, non credo che arriverò a casa prima delle sette e mezza”
“OK, ti aspetto  verso le nove. A dopo”
“Jar?”
“Sì?”
“Hai litigato con Eva?”
“Ti faccio il timballo. A dopo, Trish”